Vita in Tanzania

Felicino : la regola e l'eccezione

Veramente il suo nome è Happy, ma abbiamo chiamato così quell’esserino che la madre e il padre, giovani pieni di paura e di premure per quel loro primo figlio, ci hanno portato all’ospedaletto. Ha sei mesi, la febbre alta ed è molto pallido. Nel prenderlo in mano per visitarlo ho la sensazione di prendere in mano un passerotto, infatti è molto sottopeso e le dita che scorrono su quelle piccole ossa nella visita hanno la sensazione di toccare fuscelli pronti a rompersi da un momento all’altro. Gli esami evidenziano una grave malaria e ancor più una grave anemia (damu kidogo). 3.0 gr. di emoglobina di regola sono incompatibili con la vita. Comunicare ai due giovani genitori la gravità del caso non è stato facile, come non è stato facile prospettare loro un eventuale tentativo di terapia: trasfusioni di sangue, da fare il più presto possibile a Mikumi o a Morogoro, comunque in un ospedale attrezzato. Difficile, molto difficile per la distanza e perché i due giovani sposi sono molto, molto poveri. Ma tutto, o quasi, si può fare: a Morogoro ricoveriamo il bambino e troviamo un alloggio per i genitori: c’è solo da aspettare e sperare. 
Dopo tre giorni il giovane papà ci viene trovare e ci dice che il bambino sta meglio e così ci aggiorna di tanto in tanto. Le condizioni sono in progressivo costante miglioramento e dopo 20 giorni Felicino torna un po’ meno pallido, senza febbre, con una...gran fame e guarda sereno la felicità negli occhi dei suoi genitori.
La regola diceva… Ma questa è l’eccezione! Un episodio, uno dei tanti che dimostra che la scienza ci dice tanto ma non certo tutto e che l’uomo, sia esso all’alba o al tramonto del suo percorso su questa terra, ha sempre il diritto sempre di essere curato. E ci dice anche che la natura, con quella forza risanatrice che spesso la scienza non le riconosce, ha almeno il diritto di avere una sua possibilità di agire.

- G. Donadelli -



Mbuiuni: ma c'è veramente?

È un villaggio al confine del mondo: dopo un’ora di fuoristrada, due ore di cammino in salita tra montagne bellissime, percorrendo a brevi tratti la vecchia strada tedesca che congiungeva Morogoro a Iringa, si trova un pianoro dove alcune capanne di paglia fanno da periferia ad un villaggio che comprende tanti piccoli agglomerati familiari sparsi sulle colline circostanti e perfino sulle montagne circostanti. C’è un asilo dei padri stimmatini, la costruzione in pali di legno per il nostro mulino, tante capanne in fango e paglia, una piccola arca di Noè con capre, oche, due asini e ci sono tanti bambini. Per prime vengono le donne: l’analfabetismo è pressoché totale e quasi tutte hanno partorito al villaggio senza nessuna assistenza. Il confronto con Msange, con i suoi più di cento bambini nati bene, ci riempie di gioia per quanto fatto nell’ospedaletto, ma nello stesso tempo rende più amaro quanto vediamo qui. Tanti bambini con gravi deficienze sia fisiche che psichiche (conseguenze di traumi da parto e di malaria) e ancora infezioni urinarie e gastrointestinali non curate. E in questa corte dei miracoli i casi si susseguono, uno più grave dell’altro, con una scoraggiante impotenza da parte nostra.
Abbiamo portato un piccolo mulino che almeno solleverà le donne dal pesante lavoro di molitura del grano, che iniziano da bambine. Così potranno andare alla scuola di Kisanga. Ma alle donne spettano tante altre incombenze: andare ad attingere l’acqua a più di due ore di cammino, tener pulita la capanna, accudire i bambini e infine zappare il campo. Diciamo loro di venire a farsi curare a Msange, ma, nei giorni successivi, non abbiamo visto nessuno. Torniamo a casa con una capra che la gente di Mbuiuni ha dato alla missione per la bella messa celebrata da padre Assuero e per le poche ore che abbiamo dedicato, impotenti, alle loro miserie.
È gente povera ma generosa e riconoscente. Certo è una situazione limite, un’eccezione, ma ci spinge ad impegnarci al di fuori della nostra area abituale della valle dello Yovi e ad intervenire aiutando i padri a risolvere queste situazioni assurde e dolorose, non certo da terzo millennio.

- G. Donadelli -


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Accade a Msange

Queste sono storie di persone che arrivano almini-hospital di Msange ed illustrano meglio di ogni relazione come si può vivere e morire alla periferia del mondo. Rehema arriva da Msowelo, villaggio distante una decina di chilometri, trasportata semiaccasciata sul portapacchi della bicicletta che il marito porta a mano. Non è in grado di camminare ed ha il volto sofferente, ma non emette un gemito; in qualche modo la facciamo accomodare sul lettino e scopriamo l’intera coscia sinistra deformata da un flemmone esteso dall’anca al ginocchio, che ha vistosamente lacerato cute e sottocutaneo con abbondante fuoriuscita di materiale purulento, ormai seccatosi. Ha la febbre altissima, trema, è così debilitata che parla a fatica; ci dicono che sta male così da quattordici giorni (!!) dopo che si è punta con una spina o qualcosa di simile. Se penso a quanto fa male il cosiddetto "giradito", piccola raccolta di pus a lato delle unghie (noi medici lo chiamiamo "patereccio"... ma chiamalo come vuoi, fa un male boia comunque!), mi riesce difficile capire come abbia fatto a sopportare un’infezione ed un dolore simile per tutto questo tempo. Mi riesce, invece, facile capire come possa essersi verificato il tutto: piccola ferita, assenza di acqua pulita, abitazione di terra, indifferenza nei confronti dei piccoli segni di infezione iniziali più, probabilmente, consulenza di qualche ng’anga locale prima di decidersi ad andare al dispensario voluto dai wazungu. Questa volta è andata bene: trasportata a Mikumi, dove esiste una più vasta gamma di antibiotici disponibili per il cocktail terapeutico e un ambiente chirurgico sufficientemente idoneo, Rehema è guarita ed è stata dimessa dopo una settimana. Resta un po’ di disappunto per il ritardo con cui si è rivolta a noi e lo stupore per come questa gente riesca a sopportare il dolore ... preferisco, invece, evitare paragoni con casa nostra, dove per ogni malessere o presunto tale si ricorre a medici e pillole.

- U. Montanari -


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Cronache sanitarie da Msange

Gli scopi del viaggio e del soggiorno di quest’estate erano molteplici: portare i fondi raccolti per il completamento dell’ospedaletto e la sua trasformazione in "Health Center", dare inizio alla sperimentazione di un nuovo metodo di diagnostica della malaria (come il progetto le "mille malarie" presupponeva), consegnare un piccolo mulino in un villaggio di montagna e portare aiuto e sostegno ai tanti poveri e poverissimi della valle. La prima sorpresa è stata l’ospedaletto: la reception e la farmacia erano già in funzione, come pure il reparto di ostetricia, il reparto degenza uomini e donne con in mezzo la guardiola per la caposala, l’inceneritore, la cella mortuaria ed erano già stati sistemati i locali per la radiologia, la sala operatoria e le specialistiche: oculistica e odontoiatria. Già pronti anche la casetta per i parenti dei ricoverati e l’allargamento della casa delle suore, come pure la tettoia che congiunge gli edifici.
Guido ed io abbiamo guardato il complesso dall’alto della cisterna dell’acqua, ammirando il bianco e l’azzurro delle costruzioni col contorno del verde delle montagne che circondano Msange e la gente che sale sulla collina sicura di trovare un luogo dove farsi curare. Ci si riempiva il cuore di gioia: avevamo sognato tanto questo ospedaletto assieme a molti amici. Che fosse necessario per la gente della valle lo dicono i numeri: diecimila le persone che sono affluite all’ospedaletto o ai dispensari di Dolonghe e Madizini ad esso collegati per la diagnosi e cura della solite malattie endemiche ma anche per le vaccinazioni o per partorire con un’assistenza adeguata. Le difficoltà logistiche, la criticata scelta del luogo, malumori e incomprensioni che inevitabilmente hanno accompagnato il cammino della costruzione e della prima organizzazione di un lavoro così importante svaniscono davanti alla gioia di tante persone che prima non avevano nulla ed ora hanno una certezza per sé e per i propri figli: la certezza che in una terra dove ammalarsi è cosi facile si può essere curati e spesso, molto spesso, guarire. Ora il prossimo passo sarà quello di riempire di servizi la struttura: muoversi nella direzione giusta perché Msange sia un "Heath Center" vero con personale, strutture di diagnostica e terapia anche in regime di ricovero facilitato, con la gratuità per i più poveri. Se il mondo missionario stimmatino nella valle dello Yovi è riuscito a creare e a far vivere e progredire i miracoli della St. Gaspare Bretoni Secondary School, dell’Amani Scool, dei tanti asili infantili, delle chiese e delle sale per le comunità religiose ed è riuscito inoltre nelle campagne per dar aiuto ai più bisognosi della valle non avrà certo difficoltà a completare e rendere stabile quello che può diventare un punto fisso di speranza per tutta la gente che vive tra Mikumi e Kilosa.

- G. Donadelli -


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Cronache Agricole da Milama

Fine ottobre: il tempo è buono, la stagione delle piccole piogge (VULI) è iniziata da una quindicina di giorni con grande gioia di Nello, che potrà così procedere all’aratura dei terreni riarsi e induriti da cinque mesi di siccità. Speriamo tanto che anche le suore di mama Pude capiscano che arare in questa stagione ci farà risparmiare molti litri di costosissimo gasolio e ci permetterà di effettuare un lavoro qualitativamente migliore. A fine agosto abbiamo completato i raccolti, con risultati più o meno confortanti: bene il girasole, discreto il sesamo, discreto pure il mais (che ha comunque migliorato la resa per ettaro rispetto alle annate precedenti), male invece il sorgo. Anche per il riso, purtroppo, il risultato è del tutto negativo, poiché a metà febbraio un’infestazione di larve di tigola ha completamente distrutto il riso appena germogliato (circa trenta ettari), riversandosi poi sul mais da poco emerso (persi circa tre ettari). Per la zona è stata una calamità colossale! La stessa cosa era successa una quindicina di giorni prima nella campagna di Kibaoni, nella valle dello Yovi. Abbiamo poi constatato, durante le grandi piogge di primavera (dai primi di marzo a metà maggio), la scarsa attenzione dedicata dalle suore alle coltivazioni di mais e sorgo, effettuate sotto la nostra egida. Questa incuria (soprattutto rispetto al sorgo) ha fatto sì che a giugno le due colture fossero completamente invase di erbe alte, in prevalenza giamone. La raccolta è così proceduta con grande lentezza (circa due mesi) e di conseguenza gli uccelli hanno decimato il sorgo, mentre un attacco fungino ha rovinato parte del raccolto di mais. Si può e si deve fare di più. Speriamo nella prossima stagione, ma speriamo soprattutto di riuscire ad interpretare meglio le tradizioni africane, calandoci maggiormente nella loro mentalità e inserendo gradualmente le novità, per non urtare la loro suscettibilità o, meglio, la loro giustificabile e comprensibile diffidenza. Nello tornerà in Italia tra fine novembre e i primi dicembre, dipende dal fatto che non trova più il passaporto e al Consolato Italiano le cose sembrano andare per le lunghe. A metà gennaio scenderò giù io, insieme a qualche volontario, per procedere alla finitura dei terreni e alle semine. Un fatto estremamente positivo è il bellissimo rapporto instaurato con i due preti croati (baba Nicolas e baba Drazen), divenuti per noi un punto di riferimento preciso per stabilire rapporti amichevoli con la gente dei villaggi e con i Masai.

- baba Simba (alias Leone Ramon) -


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Quelli del microscopio

Riflessione su come un solo oggetto possa cambiare il destino di tanta gente.
Vedere l’estremamente piccolo ha affascinato da sempre l’uomo e lo ha spinto a cercare in tutti i modi di realizzare questa idea. Lo sforzo dell’ingegno umano verso la realizzazione di questo "sogno" è diventato via via più impegnato quando ci si rese conto che le malattie avevano la loro causa prima in entità invisibili ad occhio nudo e che, individuandole, sarebbe stato possibile cercare cure appropriate a contrastarle. All’inizio dei nostri viaggi di solidarietà nella valle dello Yovi il microscopio non c’era. In compenso c’erano e ci sono tutt’ora la malaria e la tubercolosi. Fornire quindi il dispensary di microscopio è stato una svolta epocale. Si è passati da diagnosi intuitive a diagnosi documentate e, di conseguenza, si sono potute prescrivere terapie più precise ed efficaci. Ora c’è gente che vive fuori dalla valle e decide di andare da "quelli con il microscopio" anche se distano più di 50 chilometri. Quando sono giù a Msange, seduto al tavolo diagnostico, e guardo nel microscopio l’ estremamente piccolo non posso non pensare come un solo oggetto, quasi banale per noi italiani, possa avere una fama che oltrepassa le montagne che circondano la valle.

- G. Donadelli -


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Quanto vale 1 EURO

Come trasformare un’arguta conversazione tra volontari romani in una piccola lezione di matematica etica.
Una "pittoresca" usanza dei watoto (bambini) della valle dello Yovi consiste nel trasportare mattoni dai forni artigianali dove vengono cotti al luogo dove servono per costruire le case. Questa attività permette loro di ottenere un po’ di soldini per comprarsi i biscotti: per ogni mattone portato ricevono 5 scellini e, poiché un pacchetto di 6 biscotti costa 50 scellini, con 10 mattoni è concluso l’affare. I bambini più grandicelli (7-10 anni) portano 5 mattoni per volta, mentre i più piccoli ne portano 3... Tutti rigorosamente sulla testa. Ogni mattone pesa 3 chili o poco più. Partendo da questo fatto abbiamo eseguito un calcolo interessante, che ci permette di stabilire una definizione del valore dell’euro in modo decisamente diverso da quanto fanno gli economisti e gli esperti di varia natura che infestano la nostra esistenza. Un euro vale 1350 scellini; quindi per accumulare un euro un bimbetto della valle deve trasportare 270 mattoni (1350:5 = 270) per un peso totale di un po’ più di 8 quintali (270x3 = 810). Se consideriamo che il forno con annesso deposito di mattoni dista circa 500 metri dall’abitazione, un bimbetto che porti 3 mattoni per volta deve fare 90 viaggi di andata e ritorno (270:3 = 90), cioè 90 chilometri (90x0,5x2 = 90). Da qui la definizione: l’euro è quella moneta il cui valore unitario equivale alla fatica di un bambino africano di 5 anni (il cui peso è sì e no 12-15 chili) che trasporta 810 chilogrammi di mattoni percorrendo complessivamente 90 kilometri, di cui 45 con 9 chili sulla testa.

- U. Montanari -


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